forse non è mai troppo tardi

I giorni passano lenti, le settimane veloci ed è già un mese che la Puccia è nella sua nuova casa. E’ bello immaginarla là, e ogni volta che ci arriva qualche foto o qualche messaggio la sensazione del lieto fine si rafforza.

Alla fine non ho più pianto. Ho fatto pace anche con questo. E’ stato un affido speciale, come speciale ne è stata la conclusione: tutto si è messo in ordine, anche le mie emozioni.

Ho, però, sentito la necessità, forte, urgente, di sistemare il mio bimbo sospeso. Anche per lui l’affido si è concluso bene, ma non lo vediamo da troppo tempo.

Paco ha fatto tanta fatica. Glielo abbiamo letto negli occhi durante i nostri primi incontri dopo il passaggio. Quegli occhi birichini erano velati, non più brillanti. E ancora dopo mesi mi chiamava insistentemente mamma. Abbiamo cercato di rispettare i tempi di tutti stando in disparte e quando è arrivato il momento di incontrarlo di nuovo, c’era già la Puccia e non siamo riusciti a vederci.

E mi sembra di averlo tanto trascurato ed è ora di ricucire anche quello strappo che ancora sento dentro di me.

Ho chiamato, ci siamo accordati e finalmente, presto, ci rivedremo.

A volte mi sembra di essere un equilibrista su una fune davvero troppo stretta. Tante persone hanno incrociato la nostra vita e tutte meritano un’attenzione speciale ed esclusiva. Non sempre ci si riesce. A volte si rincorrono gli attimi appena fuggiti.

L’importante è provarci e non pensare che potrebbe essere troppo tardi.

un momento perfetto

Sto provando a fare ordine nei miei pensieri, a ripescare ricordi, a metterli in fila. Ieri sera prima di andare a dormire mi sono soffermata su una foto di me e Paco, al mare. E’ una foto bellissima scattata all’alba dell’ultimo giorno di vacanza. Paco per tutta la nostra permanenza ha deciso che il sole migliore, in spiaggia, si prende alle 6 di mattina e quindi mi ha regalato 13 albe nel silenzio e nello splendore della spiaggia deserta. La quattordicesima mattina c’era in spiaggia una ragazza, conosciuta sul posto, che ci ha scattato questa foto. Ci siamo io e lui, sulla sdraio, mentre Paco si arrampica sulle mie gambe e ci guardiamo intensamente negli occhi, sorridendo e tenendoci per le mani. Quel giorno non sapevamo ancora nulla sul nostro futuro e su come si sarebbero concluse le cose. E’ il fermo immagine di un momento perfetto. La guardo tutte le volte che vado in camera da letto dove sono appese una cinquantina di foto della nostra famiglia a fisarmonica: il nostro album di famiglia. Ma ieri sera quando ho guardato quella foto ho risentito mentalmente la vocina di Paco che mi chiamava mamma, con la sua solita insistenza. E mi si è stretto il cuore in un abbraccio malinconico su tutto quello che è stato. Su quel figlio biondissimo che ho così tanto amato e che così tanto amo ancora. E mi è mancato da morire averlo lì e guardarlo negli occhi, come nella foto.

Spero tanto di piangere

Non ho ancora avuto la soddisfazione di piangere. Che detto così, magari, mi fa pure sembrare quantomeno strana. Di solito il pianto, quello vero con i singhiozzi, si impossessa di me nel momento in cui smonto il lettino. Il lettino mi ha sempre fatto questo effetto. Non il seggiolone, la vasca da bagno, il passeggino, i giochi… no, solo il lettino. Quello è il punto di non ritorno.

Stavolta niente. Sono un po’ preoccupata.

E’ che la Puccia mi manca un sacco e mi commuovo a riguardare le foto, ma non vorrei riaverla qui. Faccio fatica pure io a capirla ‘sta cosa. Mi dico che è perché so bene dove sta e con chi sta, e il mio cuore mi dice che è proprio dove doveva tornare. Un po’ come quando liberi in mare una tartaruga (ebbene sì, l’ho fatto) che hai raccolto debole e ferita e l’hai accudita aspettando solo il momento di poterla rimettere in mare e vederla andare via. Ma non credo di essere diventata così saggia e matura. Oppure sto semplicemente diventando arida e insensibile, ma questa opzione non la voglio neppure considerare. Fatto sta che non ho ancora pianto.

Domenica andremo a trovarla per la prima volta e non vedo l’ora. Che invece di solito non ne ho mai voglia. Il primo incontro dopo il saluto è sempre un po’ come aprire il vaso di Pandora: il vortice di emozioni ti risucchia e non sai mai come ne esci. Sono curiosa di vedere cosa proverò a vederla lì, nella sua vita, e come starò dopo.

Spero tanto di piangere.

E non ho più parlato

Sono tornata a yoga settimana scorsa. Dopo più di un mese d’assenza dovuto al periodo di passaggio della Puccia. Mi hanno chiesto dove fossi finita e davano per scontato che fossi via per lavoro. In effetti avevo avvisato solo la maestra del reale motivo della mia assenza.

Non so come mai, ma se in alcuni ambienti parlo di affido come fossi una promotrice esperta in marketing, negli ambienti miei, quelli più intimi, se posso, taccio.

Ma lunedì scorso ho parlato. Perché la gioia della conclusione di questa esperienza non mi permetteva di tacere. E mi hanno fatto tante domande e mi hanno pure chiesto se non mi era mai venuta voglia di adottare un altro figlio. Alcune domande me le aspetto, altre meno ma ci sta tutto purché se ne parli. Parliamo di affido, parlarne fa bene e permette di diffondere uno stile di vita che fa dell’accoglienza e della disponibilità un punto di forza.

Ieri sera una delle mie colleghe di sudore mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto che avrebbe voluto scrivermi un messaggio. Poi mi ha spiegato:”Volevo scriverti perché c’è una bella differenza tra dire che si vorrebbe cambiare il mondo e farlo per davvero. E quello che fai tu, cambia il mondo”.

Questo nessuno me lo aveva mai detto. Mi ha fatto venire la pelle d’oca. E non ho più parlato.

un regalo bellissimo

Ogni volta arrivo a fine affido completamente sazia. Come dopo un pranzo di quelli eterni, tipo matrimonio per intenderci. Che ti alzi da tavola e dici: non voglio mangiare più nulla per il resto della mia vita.

Ecco, la sensazione è quella. Poi ci sono gli anni che passano e la domanda che mi pongo è se avremo ancora la volontà di ripartire da capo ridando una nuova disponibilità.

So che non è il momento per chiederselo. Forse non ha neanche senso chiederselo perché la risposta arriverà da sola, basterà saperla ascoltare.

Segnali, anche se prematuri, ce ne sono.

L’altra sera Donzella se ne esce così: “Sai mamma, credo che avrei potuto essere una bravissima sorella maggiore se avessi avuto un fratellino o una sorellina.”. Confermo, ne sono certa. Ma poi continua: “Però così è anche meglio, ho avuto tanti fratellini e sorelline a cui fare da sorella maggiore. Lo voglio fare anche io da grande l’affido. Lo voglio fare per mio figlio o mia figlia perché è un regalo bellissimo”.

quel silenzio assordante

La casa in questo momento sembra enorme. Ed è oltremodo silenziosa. Ogni tanto io e Re di Triglie ci guardiamo intorno e diciamo: “Che silenzio!”.

Per il momento questo silenzio assordante è un grande regalo. Il saperti a casa, poi,  completa questo momento di pace che ci stiamo godendo in punta di piedi.

E’ stato un lieto fine. Non sempre è così. Ma qui il finale ha davvero dato un senso a tutto il cammino che abbiamo fatto insieme. E mi sento, di nuovo, immensamente grata.

ci siamo

Ormai ci siamo. Sono giorni che ci prepariamo a questo ultimo giorno. Che poi, pronti per davvero, non lo si è mai.

Stamattina parlavo con Donzella a colazione. Sì lo so, parlavo io perché lei in realtà mugola e ruggisce la mattina ma oggi un paio di cose le ha bofonchiate.

Le ho chiesto se è pronta al fatto che domattina la Puccia se ne vada. E subito dopo mi sono detta che era una domanda stupida visto che neanche io lo sono.

Ma forse se lei mi avesse risposto di sì mi avrebbe tolto un peso dallo stomaco.

Invece lei mia detto:”No e preferisco non pensarci adesso. Lo farò, poco alla volta, ma dopo”.

Faccio anche io così. Rimarrò concentrata su di lei, sulla sua assenza e su me con le braccia vuote senza di lei solo fino a che non farà male. Quando il male diventerà troppo, mi distrarrò.

E’ il mio modo di sopravvivere alle separazioni ed evidentemente anche quello di Donzella.

A noi, va bene così.

 

 

…ma tu, come stai?

I giorni stanno scorrendo veloci, troppo veloci e siamo già arrivati all’ultimo martedì, l’ultimo mercoledì e così via.

Lo so, ci sono già passata altre volte, ma ogni volta è diverso e non si fa il callo alle separazioni.

La parte razionale di me è contenta. I rientri in famiglia portano con sé grandi doni: la possibilità di ricucire una storia interrotta e di dare continuità e dignità a tutto quello che è stato e che sarà.

Ma tu come stai? Te lo chiedo in realtà ogni sera, quando abbracciate ci regaliamo istanti preziosi di noi. Lo so che ti passano tante cose per la testa e che ti senti travolta dai giorni che, inesorabilmente, ti portano ad essere sempre più là e sempre meno qua.

Ma sei una bimba fortunata, sei circondata da persone che ti vogliono bene e, non te lo dimenticare mai, non è poi così scontato.

I giorni sono faticosi, lo so e capisco quando di notte fai fatica a dormire. Forse anche tu, come me, pensi.

Eppure ogni mattina ci alziamo piene di buone intenzioni e andiamo incontro alla giornata con entusiasmo.

Ma tu come stai? Perché io non so bene come sto. Ho un nodo in gola pronto a sciogliersi ma che si trattiene. Sono piena di soddisfazione per tutto quello che abbiamo fatto, per quanto siamo cresciute, io e te, e per come, ancora una volta, posso accompagnarti per mano verso la tua vita che sarà piena, gioiosa e ricca. Ma sono anche triste e malinconica come quando finisce una storia d’amore, anche se questo amore non finirà per davvero. Sono giorni duri in cui tutto viaggia a una velocità quasi insostenibile, soprattutto i pensieri e le emozioni. E io non riesco a starci dietro. E ho un pensiero costante e fisso: “Ma tu, come stai?”.

Ti penso ma non ti cerco

La Puccia sta andando via e i giorni mi scivolano via velocissimi. Tutti i miei bimbi, ognuno nella sua nuova vita, mi rimbalzano dentro all’impazzata.

Poi trovo questa e sento una fitta all’anima. Non saprei aggiungere altro.

Non ho smesso di pensarti.

Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.

– Charles Bukowski

surrealismo a colazione

Lunedì mattina. Non un lunedì a caso ma proprio quello dopo la prima settimana di abbinamento della Puccia con la nuova famiglia. Per chi non ha mai fatto un affido questo non avrà nessun significato particolare ma per chi ci è già passato… la musica cambia.

L’abbinamento è una fase che dura tre o quattro settimane in cui il bimbo, con molta gradualità, inizia a frequentare la nuova famiglia e passa sempre un po’ più di tempo con loro e meno con la famiglia affidataria o all’asilo. Si conclude tutto la mattina del passaggio definitivo che sancisce la fine della permanenza presso la casa degli affidatari e la prima notte in cui il bimbo dormirà nella nuova casa. E vissero tutti felici e contenti.

Bene. La prima settimana di abbinamento è tutto un vortice di emozioni, tensioni, nervosismo soprattutto da parte dei bimbi che percepiscono che le cose stanno cambiando ma non capiscono cosa sta succedendo.

La Puccia è ancora piccola e già non dorme di suo, figuriamoci ora. Si sveglia circa ogni ora, non sempre si riaddormenta in poco tempo e spesso piange.

Stamattina, dopo una notte che mi fa pensare di dover assolutamente erigere una statua al merito al povero Re di Triglie, faccio colazione con le mie, ancora per una quindicina di giorni, due figlie.

Puccia canta a squarciagola e ogni tanto ci guarda e ride (beati bimbi, sembra che abbia dormito tutto lei!), Donzella spalma fette di pane con cioccolato, io bevo il caffè.

Donzella mi chiede da quando la piccola è diventata così meravigliosamente allegra (di giorno, aggiungo io che sono pignola). Le faccio notare che sul muro, dove sono appese le foto dei nostri bimbi, ieri, è comparsa la Puccia.

Donzella guarda e conta: “Polpetta, Pigolo, Piculitza, Paco, io e Puccia!”.

“Bella!! -esclama- Però vedi mamma, la foto di Paco finisce un po’ sulla lavagna a forma di pesce. Dobbiamo creare spazio per le prossime foto”. GULP.

“Ma perché, vorresti fare un altro affido?”. “Mamma, ogni volta diciamo che sarà l’ultimo ma poi, guarda: è arrivata la Puccia che è così… stupenda!!!! Chissà chi potrebbe arrivare dopo!”.

Omioddio.