…ma tu, come stai?

I giorni stanno scorrendo veloci, troppo veloci e siamo già arrivati all’ultimo martedì, l’ultimo mercoledì e così via.

Lo so, ci sono già passata altre volte, ma ogni volta è diverso e non si fa il callo alle separazioni.

La parte razionale di me è contenta. I rientri in famiglia portano con sé grandi doni: la possibilità di ricucire una storia interrotta e di dare continuità e dignità a tutto quello che è stato e che sarà.

Ma tu come stai? Te lo chiedo in realtà ogni sera, quando abbracciate ci regaliamo istanti preziosi di noi. Lo so che ti passano tante cose per la testa e che ti senti travolta dai giorni che, inesorabilmente, ti portano ad essere sempre più là e sempre meno qua.

Ma sei una bimba fortunata, sei circondata da persone che ti vogliono bene e, non te lo dimenticare mai, non è poi così scontato.

I giorni sono faticosi, lo so e capisco quando di notte fai fatica a dormire. Forse anche tu, come me, pensi.

Eppure ogni mattina ci alziamo piene di buone intenzioni e andiamo incontro alla giornata con entusiasmo.

Ma tu come stai? Perché io non so bene come sto. Ho un nodo in gola pronto a sciogliersi ma che si trattiene. Sono piena di soddisfazione per tutto quello che abbiamo fatto, per quanto siamo cresciute, io e te, e per come, ancora una volta, posso accompagnarti per mano verso la tua vita che sarà piena, gioiosa e ricca. Ma sono anche triste e malinconica come quando finisce una storia d’amore, anche se questo amore non finirà per davvero. Sono giorni duri in cui tutto viaggia a una velocità quasi insostenibile, soprattutto i pensieri e le emozioni. E io non riesco a starci dietro. E ho un pensiero costante e fisso: “Ma tu, come stai?”.

Ti penso ma non ti cerco

La Puccia sta andando via e i giorni mi scivolano via velocissimi. Tutti i miei bimbi, ognuno nella sua nuova vita, mi rimbalzano dentro all’impazzata.

Poi trovo questa e sento una fitta all’anima. Non saprei aggiungere altro.

Non ho smesso di pensarti.

Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.

– Charles Bukowski

surrealismo a colazione

Lunedì mattina. Non un lunedì a caso ma proprio quello dopo la prima settimana di abbinamento della Puccia con la nuova famiglia. Per chi non ha mai fatto un affido questo non avrà nessun significato particolare ma per chi ci è già passato… la musica cambia.

L’abbinamento è una fase che dura tre o quattro settimane in cui il bimbo, con molta gradualità, inizia a frequentare la nuova famiglia e passa sempre un po’ più di tempo con loro e meno con la famiglia affidataria o all’asilo. Si conclude tutto la mattina del passaggio definitivo che sancisce la fine della permanenza presso la casa degli affidatari e la prima notte in cui il bimbo dormirà nella nuova casa. E vissero tutti felici e contenti.

Bene. La prima settimana di abbinamento è tutto un vortice di emozioni, tensioni, nervosismo soprattutto da parte dei bimbi che percepiscono che le cose stanno cambiando ma non capiscono cosa sta succedendo.

La Puccia è ancora piccola e già non dorme di suo, figuriamoci ora. Si sveglia circa ogni ora, non sempre si riaddormenta in poco tempo e spesso piange.

Stamattina, dopo una notte che mi fa pensare di dover assolutamente erigere una statua al merito al povero Re di Triglie, faccio colazione con le mie, ancora per una quindicina di giorni, due figlie.

Puccia canta a squarciagola e ogni tanto ci guarda e ride (beati bimbi, sembra che abbia dormito tutto lei!), Donzella spalma fette di pane con cioccolato, io bevo il caffè.

Donzella mi chiede da quando la piccola è diventata così meravigliosamente allegra (di giorno, aggiungo io che sono pignola). Le faccio notare che sul muro, dove sono appese le foto dei nostri bimbi, ieri, è comparsa la Puccia.

Donzella guarda e conta: “Polpetta, Pigolo, Piculitza, Paco, io e Puccia!”.

“Bella!! -esclama- Però vedi mamma, la foto di Paco finisce un po’ sulla lavagna a forma di pesce. Dobbiamo creare spazio per le prossime foto”. GULP.

“Ma perché, vorresti fare un altro affido?”. “Mamma, ogni volta diciamo che sarà l’ultimo ma poi, guarda: è arrivata la Puccia che è così… stupenda!!!! Chissà chi potrebbe arrivare dopo!”.

Omioddio.

stretta stretta

Lo scorso weekend è stato tosto. Il Re di Triglie ha ceduto, dopo onorevole battaglia, ai virus che campeggiano in casa nostra ormai da un mesetto e venerdì sera  è arrivato dall’ufficio con la febbre.

La Puccia, a sua volta, era malata da martedì e quindi a casa dal nido con tutto quello che ne consegue.

Dico la verità: 5 giorni a casa full time con la piccola non sono proprio una passeggiata soprattutto se viene meno, per sopraggiunta influenza, il tuo prezioso alleato.

La Donzella in questo periodo è di poco aiuto, sospesa tra lo studio e la vita sociale che prevede una sequenza infinita di feste per i 18 anni di amici e compagni. Feste che impegnano ore in preparativi, trucco, vestiti, risate, dubbi, confronti telefonici, foto e quant’altro.

Bene. Mi perdo d’animo solo inizialmente, me lo concedo, ma poi mi rimbocco le maniche e punto alla sopravvivenza fino a lunedì.

Cibo in casa ce n’è, fuori piove quindi posso concentrarmi solo sulla Puccia.

Ed è in questo modo, quando meno te lo aspetti, che avviene qualcosa di magico.

Abbiamo avuto tanto tempo esclusivo, solo io e lei, che altrimenti, in circostanze normali, non ci sarebbe stato.

E ci siamo accudite a vicenda. Coccolate tantissimo. Abbracciate e baciate oltre i limiti della decenza. Abbiamo pisolato aggrovigliate sul divano, campeggiato sul tappeto mangiando pizza avanzata fuori orario, sbriciolando ovunque (ma poi abbiamo passato l’aspirapolvere eh!) e ci siamo dette, senza doverlo davvero dire, quanto grande sia l’amore che ci unisce e di quanta strada abbiamo fatto in questo anno insieme.

Poi è arrivata la domenica sera e il lunedì mattina e prima che la portassi al nido mi hai guardata dritta negli occhi e mi ha abbracciato stretta stretta.

E avrei voluto che non finisse mai perché quando mi tiene così, stretta stretta, io divento ogni volta una persona migliore.