Vedremo

Quest’estate, dopo tanto tempo, ho sentito l’esigenza di stare un po’ con me. Sono anni che mi dedico totalmente, oltre che alla mia famiglia, a progetti di vita piuttosto impegnativi come l’affido.

Mi sembra passata una vita da quando la Puccia è andata via dalla nostra casa eppure sono passati solo 5 mesi. Solo 5 mesi.

Solo.

Me lo devo ripetere perché è anomalo per me non essere già proiettata mentalmente verso nuova disponibilità all’accoglienza.

Su come sta la Puccia sono costantemente informata e questo mi dona tranquillità. Perché è vero che sono pronta a vedere sparire questi bimbi dalla mia quotidianità, ma un conto è dover elemosinare qualche notizia ogni tanto, diverso invece vedere arrivare foto, racconti e telefonate quando meno te lo aspetti, quando non ci stavi neppure pensando.

Credo che anche questo abbia a che fare con il mio stato d’animo.

La mia famiglia a fisarmonica è abituata, mentre è in ferie, a fare lanci e voli di immaginazione sulle prossime vacanze, sui prossimi viaggi. Ed è buffo perché, da quando ci siamo aperti all’affido, passiamo un’estate da soli e una in compagnia di un bimbo. Fino ad ora è andata così.

E anche quest’anno ogni tanto Donzella se ne usciva dicendo: “L’anno prossimo, se non avremo bimbi, potremmo andare…”, altre volte era il Re di Triglie:” Magari l’anno prossimo, se non avremo bimbi, potremmo…”. Mi ha fatto sorridere, più volte, il “se non avremo bimbi”.

A tutte queste proposte ho soltanto saputo rispondere: “Vedremo”. Perché è così che mi sento adesso. In ascolto di quello che sarà.

Da un lato sono molto felice del fatto che la mia famiglia sia aperta a nuove possibili accoglienze, dall’altro molto serena e in pace nell’attesa che scatti quel qualcosa che mi farà dire: sono pronta.

E mi piace cullarmi in tutte queste opportunità che si presenteranno.

un momento perfetto

Sto provando a fare ordine nei miei pensieri, a ripescare ricordi, a metterli in fila. Ieri sera prima di andare a dormire mi sono soffermata su una foto di me e Paco, al mare. E’ una foto bellissima scattata all’alba dell’ultimo giorno di vacanza. Paco per tutta la nostra permanenza ha deciso che il sole migliore, in spiaggia, si prende alle 6 di mattina e quindi mi ha regalato 13 albe nel silenzio e nello splendore della spiaggia deserta. La quattordicesima mattina c’era in spiaggia una ragazza, conosciuta sul posto, che ci ha scattato questa foto. Ci siamo io e lui, sulla sdraio, mentre Paco si arrampica sulle mie gambe e ci guardiamo intensamente negli occhi, sorridendo e tenendoci per le mani. Quel giorno non sapevamo ancora nulla sul nostro futuro e su come si sarebbero concluse le cose. E’ il fermo immagine di un momento perfetto. La guardo tutte le volte che vado in camera da letto dove sono appese una cinquantina di foto della nostra famiglia a fisarmonica: il nostro album di famiglia. Ma ieri sera quando ho guardato quella foto ho risentito mentalmente la vocina di Paco che mi chiamava mamma, con la sua solita insistenza. E mi si è stretto il cuore in un abbraccio malinconico su tutto quello che è stato. Su quel figlio biondissimo che ho così tanto amato e che così tanto amo ancora. E mi è mancato da morire averlo lì e guardarlo negli occhi, come nella foto.

un regalo bellissimo

Ogni volta arrivo a fine affido completamente sazia. Come dopo un pranzo di quelli eterni, tipo matrimonio per intenderci. Che ti alzi da tavola e dici: non voglio mangiare più nulla per il resto della mia vita.

Ecco, la sensazione è quella. Poi ci sono gli anni che passano e la domanda che mi pongo è se avremo ancora la volontà di ripartire da capo ridando una nuova disponibilità.

So che non è il momento per chiederselo. Forse non ha neanche senso chiederselo perché la risposta arriverà da sola, basterà saperla ascoltare.

Segnali, anche se prematuri, ce ne sono.

L’altra sera Donzella se ne esce così: “Sai mamma, credo che avrei potuto essere una bravissima sorella maggiore se avessi avuto un fratellino o una sorellina.”. Confermo, ne sono certa. Ma poi continua: “Però così è anche meglio, ho avuto tanti fratellini e sorelline a cui fare da sorella maggiore. Lo voglio fare anche io da grande l’affido. Lo voglio fare per mio figlio o mia figlia perché è un regalo bellissimo”.

ci siamo

Ormai ci siamo. Sono giorni che ci prepariamo a questo ultimo giorno. Che poi, pronti per davvero, non lo si è mai.

Stamattina parlavo con Donzella a colazione. Sì lo so, parlavo io perché lei in realtà mugola e ruggisce la mattina ma oggi un paio di cose le ha bofonchiate.

Le ho chiesto se è pronta al fatto che domattina la Puccia se ne vada. E subito dopo mi sono detta che era una domanda stupida visto che neanche io lo sono.

Ma forse se lei mi avesse risposto di sì mi avrebbe tolto un peso dallo stomaco.

Invece lei mia detto:”No e preferisco non pensarci adesso. Lo farò, poco alla volta, ma dopo”.

Faccio anche io così. Rimarrò concentrata su di lei, sulla sua assenza e su me con le braccia vuote senza di lei solo fino a che non farà male. Quando il male diventerà troppo, mi distrarrò.

E’ il mio modo di sopravvivere alle separazioni ed evidentemente anche quello di Donzella.

A noi, va bene così.

 

 

quando la luna di miele finisce

Ieri sono stata a un corso di formazione tenuto da un pedagogista che amo molto per la sua chiarezza e per gli spunti di riflessione che, ad ogni incontro, ci regala.

Ad un certo punto ha detto una frase che mi ha colpito. Non ricordo le esatte parole ma suonava più o meno così:  E’ quando finisce la luna di miele e ti alzi la mattina che ne hai le scatole piene, dopo un paio di mesi in cui ti sei sentito un supereroe, che inizia davvero l’affido.

Il discorso ampio che ne è seguito si è incentrato sul fatto che i bambini affidati traggono il meglio da noi quando siamo veri, noi stessi, con difetti ed errori che nella vita quotidiana non ci preoccupiamo di nascondere.

Ma quello che io ho sentito forte è stata l’autorizzazione ad averne piene le scatole. Quindi non sono l’unica a chiedersi mille volte: “Ma chi me lo ha fatto fare?”

Tutti i bambini ti stravolgono la vita. Tutti i bambini, se crescono con te, ti costringono a compromessi tra quello che vorresti fare e quello che realmente puoi fare.

Ma questi bambini di più. Non solo per il loro vissuto, per le fatiche che si portano dentro e ti tirano fuori, ma anche e soprattutto perché li hai profondamente scelti, e ora in qualche modo devi dare loro il massimo che hai da offrire.

Quando decidi di avere un figlio, non fai un percorso con psicologi e assistenti sociali che ti chiedono, in numerosi incontri, ripetutamente: “Ma sei sicuro?”, “Lo vuoi davvero fare?”, “Perché lo vuoi fare?”.  Forse sarebbe un bene che  prima di diventare genitori si facesse un percorso del genere. A me sarebbe servito, a suo tempo.

E quindi non ci si può stupire se il nostro io e quello che vorrebbe passa in secondo piano, durante l’affido. Non che questo, ogni tanto, non mi crei frustrazione, ma è stata una mia scelta.

Ho un amico, un caro amico, che quando è arrivata la prima bimba in affido mi ha dato segnali di grande stima per quello che stavo facendo. Affido dopo affido, la stima (che sono certa ci sia ancora) non viene più espressa e in compenso, ora, ogni volta che un bimbo trova la sua strada, mi chiede perentorio: “Non ne farai mica un altro? Che poi sparisci”.

Personalmente, è durante quella sparizione dalla vita precedente che pongo le basi per la vita successiva. E a volte nella vita successiva le persone che ho attorno sono diverse da quelle di prima (ma il mio amico lo ritrovo sempre). E’ in queste pause che sento di crescere, di diventare più forte e consapevole e di fare davvero qualcosa che può cambiare il mondo in meglio.

Perché se si vuole cambiare il mondo, quale modo migliore se non aiutare un bambino a crescere?